Scopri la Chimera di Arezzo in 3D

Scopri la Chimera di Arezzo in 3D

Il XVI secolo è per Arezzo un intenso periodo di cambiamenti, tutti volti all’ammodernamento del sistema di fortificazioni della città e ridefinizione dell’assetto urbano ad opera degli architetti militari medicei; il vecchio impianto medievale veniva così rivoluzionato a favore di un disegno ben progettato. Come spesso accade a seguito dell’avvicendarsi di numerosi cantieri, anche ad Arezzo vennero portati alla luce una gran quantità di reperti, perlopiù d’epoca romana. Il 15 novembre del 1553, durante i lavori per la realizzazione di un nuovo bastione nelle mura di Arezzo, gli sterratori furono protagonisti di un ritrovamento eccezionale, così riportato da un anonimo scrivano nelle “Deliberazioni del Magistrato, dei Priori e del Collegio Generale” relative agli anni 1551-1553, conservate presso l’Archivio di Stato di Arezzo: «Addì 15 novembre 1553, mentre fuori le mura della città di Arezzo, presso Porta S. Lorentino, si scavava terra per portarla nel nuovo bastione che vi si sta costruendo, fu trovato il seguente insigne monumento degli etruschi. Era un leone di bronzo fatto con maestria e eleganza, di grandezza naturale, di aspetto feroce, furente, forse per la ferita che aveva nella coscia sinistra, teneva irte le chiome e spalancate le fauci, e come un trofeo da ostentare portava sopra la schiena una testa di capro ucciso, che perde sangue e vita. Nella zampa anteriore destra di questo leone erano iscritte le lettere TINSCVIL».
Quella riportata è la più dettagliata nonché antica testimonianza circa il rinvenimento della cosiddetta Chimera di Arezzo, databile al IV sec. a.C; anche il Vasari ne scrisse nelle sue Vite, ma in modo più sommario: «[…] Essendosi ai tempi nostri, […] trovata una figura di bronzo fatta per la Chimera di Bellerofonte, nel far fossi, fortificazione e muraglia d’Arezzo: nella quale figura si conosce la perfezione di quell’arte essere stata anticamente appresso i Toscani, come si vede alla maniera etrusca […]» (G. VASARI, Le Vite…I, Milano, 1962, p. 170, proemio dell’edizione del 1568). È Vasari che per Conto di Cosimo de Medici compie i primi studi iconografici sul bronzo, riconoscendo la Chimera ferita del mito di Bellerofonte. Nella tradizione mitologica, Chimera è un mostro poliforme con testa di leone, testa di capra sulla schiena e la coda di serpente generata da Echidna (per metà donna e per metà serpente) e Tifone (mostro capace di incutere timore persino a Zeus), genitori anche della Sfinge, di Cerbero e dell’Idra di Lerna. Il potere distruttivo di Chimera era enorme: sterminava e rendeva inospitali i territori con il suo alito infuocato; fu l’eroe Bellerofonte che, a cavallo di Pegaso, sfidò la bestia mostruosa avendo la meglio. Il mito, d’origine greca, fu appreso e rielaborato anche in Etruria, da dove la scultura in esame ha origine. Apprendiamo dalle fonti che l’opera fu rinvenuta insieme a una serie di altri bronzetti, facendo supporre l’appartenenza dei reperti a un deposito votivo del santuario in cui la Chimera era esposta in dono al dio Tinia (la divinità etrusca corrispondente a Zeus e Giove), come si deduce dall’iscrizione sulla zampa anteriore destra. Fu tra questi resti che rinvennero anche la coda della Chimera, come riportato dal Vasari: «ed aviamo trovata la coda, che era rotta, fra que’ frammenti di bronzo con tante figurine di metallo» (G. VASARI, I ragionamenti e le lettere, a cura di G. Milanesi, VIII, Firenze, 1882, p. 163, Ragionamento tra Vasari e il Principe Francesco). La coda non venne rispristinata fino alla seconda metà del Settecento, quando fu eseguita l’integrazione ex novo ad opera dello scultore Francesco Carradori o del suo maestro Innocenzo Spinazzi. A confermare la tesi secondo la quale la Chimera non era isolata sono le ferite sanguinanti di cui è vittima, il ruggito minaccioso e lo sguardo rivolto verso l’alto che suggerisce la presenza di un assalitore che sta per prevalere. L’eccellente resa plastica della Chimera palesa una tensione in bilico tra assoggettamento e tentato contrattacco. Cosimo de’ Medici si rese conto da subito dell’inestimabile valore – soprattutto propagandistico – rappresentato dal ritrovamento della Chimera e la fece collocare in una sala di rappresentanza a Palazzo Vecchio che il Vasari aveva recentemente decorato. Gli affreschi del Vasari erano tutti relativi al regno di Papa Leone X, ossia Giovanni de’ Medici, figlio di Lorenzo. Scrive Vasari: «Come Bellerofonte colla sua virtù domò quella montagna che era piena di serpenti, camorre e leoni, così Leone X, con la sua liberalità e virtù, vincessi tutti gli uomini; che lui ceduto poi, ha voluto il fato che la si sia trovata nel tempo del Duca Cosimo, il quale è oggi domatore di tutte le fiere» (G. VASARI, I ragionamenti e le lettere, a cura di G. Milanesi, VIII, Firenze, 1882, p. 163, Ragionamento tra Vasari e il Principe Francesco). Anche nel mondo artistico l’opera fu positivamente accolta: Tiziano – ci dice Vasari ne I Ragionamenti – ammirava la maestria nella realizzazione delle gocce di sangue che scorrono dalle ferite. Da Palazzo Vecchio l’opera fu spostata nel 1718, quando per ordine di Cosimo III trovò una nuova collocazione nella Galleria degli Uffizi. Più tardi, nel 1870, al momento della costituzione del Regio Museo Archeologico di Firenze, il direttore Luigi Adriano Milani volle trasferire il bronzo al primo piano del Palazzo della Crocetta, nella galleria dei bronzi; attualmente la scultura è collocata ancora al primo piano del Museo Archeologico Nazionale di Firenze.

 

FONTE: http://www.3d-virtualmuseum.it/la-chimera-di-arezzo

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Chimera di Arezzo
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